di Chiara Lo Polito.

Quest’anno, nell’istituto Fermi-Pitagora-Calvosa di Castrovillari, è stato attivato il laboratorio di Cinema “4½ – Ai margini del cinema”, che sta accompagnando gli studenti coinvolti nella pratica di scrittura cinematografica, aiutandoli a sviluppare creatività e consapevolezza del linguaggio del cinema.

In particolare, il progetto ha portato alla realizzazione di due sceneggiature per cortometraggi, “La Partitella” e “Indipendentemente da lui”, scritte dagli allievi stessi, nate anche grazie all’aiuto di Alessandro Paschitto, regista e autore teatrale con cui gli studenti hanno avuto modo di confrontarsi.

In occasione della sua presenza nella nostra scuola gli abbiamo rivolto alcune domande.

COME SI E’ APPROCCIATO AL MONDO DEL TEATRO?

Da piccolo, per caso. Ho ricevuto una telefonata che mi invitava a fare un laboratorio dopo che l’avevo iniziato a scuola senza proseguirlo, e ho deciso di farlo e poi non ho mai più smesso. Quindi è stato veramente un caso.

C’E’ STATO UN MOMENTO PRECISO IN CUI HA PENSATO CHE QUESTO POTESSE DIVENTARE UN LAVORO?

Non mi ricordo un momento preciso onestamente, poi soprattutto più il tempo passa, più i ricordi dei momenti precisi diventano delle finzioni, si confondono, non sono mai veri. Quindi non so se c’è stato un momento preciso. Sicuramente ho desiderato e continuo a desiderare oggi che diventi sempre più il mio lavoro. Oggi è il mio lavoro, però è come se questa cosa fosse sempre un po’ proiettata al futuro, cioè mi aspetto sempre dal mio lavoro che diventi qualcos’altro nel corso del tempo. Quindi, sì, magari c’è stato un momento, ma onestamente non me lo ricordo.

DICE “QUALCOS’ALTRO”, IN CHE SENSO?

Non lo so. È un lavoro che ti chiede di fare molte cose diverse, ad esempio negli ultimi 2-3 anni ho viaggiato molto per andare a fare spettacoli e per andare a fare quelle che si chiamano residenze, ossia progetti di spettacolo che però richiedono un tempo più lungo. Lo spettacolo implica andare fuori, uno o due giorni, fare la replica e andarsene. Andare in un posto in residenza con la compagnia comporta delle prove più lunghe che possono durare una settimana, dieci giorni, due settimane. Quindi ho fatto tanti tanti viaggi in tanti posti che altrimenti non avrei visto e sono curioso di vedere come questa cosa evolverà, cosa si sarà dopo. È un lavoro che ti chiede molto spesso di cambiare vita. Ad esempio adesso sono qua, a 500 km da casa mia, e non era previsto. Quindi è un lavoro che ti porta in giro dove non ti aspetteresti. Mi aspetto che continui questa cosa.

DI SOLITO SI CONFRONTA SEMPRE E SOLO CON PROFESSIONISTI? PERCHE’, AD ESEMPIO, OGGI SI E’ CONFRONTATO CON DEI RAGAZZI?

Allora, tendenzialmente sì, però ho esperienza di insegnamento. Ho lavorato come insegnante per quattro anni al liceo Imbriani di Pomigliano d’Arco, vicino a Napoli, in un indirizzo a curvatura teatrale, sia in orario curricolare che extracurriculare. Quindi non è un’esperienza nuova per me. Mi piace molto, ma non mi definisco un insegnante, poiché sono un autore e regista che insegna, che è un po’ diverso. Dire “sono un insegnante di teatro” significa fare un altro tipo di lavoro e avere un altro tipo di formazione. Io scrivo testi, produco opere teatrali contemporanee e con gli strumenti con cui scrivo e dirigo uno spettacolo insegno anche, però è diverso dall’essere un insegnante. Posso lavorare con i ragazzi sul prodotto e il prodotto è la cosa attraverso cui io insegno. È un po’ come guidare, lavoro un po’ anche su te persona, ma lavoro soprattutto sul tuo strumento. Invece un insegnante è qualcuno che ha come solo e unico obiettivo la persona attraverso lo strumento. Non è netta e rigorosa la divisione, però ci sono delle sfumature e io sono un po’ più dal lato dello strumento.

SECONDO LEI, QUANTO E’ IMPORTANTE PORTARE IL TEATRO, IL CINEMA, LA SCRITTURA DI UNA SCENEGGIATURA ALL’INTERNO DI UNA SCUOLA?

È molto importante, però è importante se lo si fa bene, sennò può diventare veramente terribile, un guaio. Essendo un lavoro che ha a che fare molto con la persona, con l’espressione personale, ed essendo chi si trova nella scuola in un momento in cui sta costruendo la sua personalità – sta capendo chi è, che cosa gli piace, si sta scoprendo – è bene guidare questa espressione nel modo giusto, poiché è facile che diventi qualcosa di inutile e anche dannoso. È importante, e questo lo si capisce col tempo, far sì che non sia soltanto uno strumento per esprimersi, ma anche qualcosa di oggettivo, che non diventa una lente di ingrandimento per te, ma diventa uno strumento per scoprire qualcos’altro e poi tu ti trovi anche cresciuto, ovviamente. Quindi va usato bene. A volte fa bene, a volte fa malissimo, anche agli adulti.

OGGI HA CHIUSO UNA SCENEGGIATURA NATA DALLE IDEE DEI RAGAZZI. QUANTO E’ IMPORTANTE CHE QUESTE IDEE RIMANGANO INVARIATE, INSERENDO PERO’ IL SUO LAVORO ALL’INTERNO?

È importante secondo me che cambino. Sai qual è la cosa? È come entrare in una stanza piena di attrezzi. Tu non sai che cosa devi fare, ma sai che devi fare qualcosa, quindi a un certo punto, un po’ anche con l’esperienza, provi a mettere insieme tutte le cose che funzionano. Il tempo ti aiuta molto, poiché se hai davanti tre mesi, puoi permetterti il lusso di non trovare subito il risultato. Per questo progetto però c’era un tempo, che non era infinito, quindi è un po’ come fare un compito oppure risolvere un problema: bisogna dare un ordine di priorità. Quindi alcune soluzioni magari sono state aiutate un po’ di più, altre di meno. L’importante è che si ha sempre la sensazione di essere in due a fare il lavoro, cioè che non faccio io al posto loro. Poi magari in alcuni casi, se loro contribuiscono molto su un fronte, io magari aiuto a risolvere più rapidamente un aspetto diverso. È come quando si fanno le guide, tu hai l’istruttore che comanda anche lui i pedali, ma non li usa sempre. A volte ti facilita dei passaggi, poi man mano che si diventa più bravi lui non li tocca quasi più.

SE I RAGAZZI NON RIUSCIVANO A TIRARE FUORI DELLE IDEE, QUAL ERA IL SUO RUOLO?

Io non devo far pensare loro per forza a qualcosa, devo darli la possibilità di pensarla. Poi magari non riescono, è normale, è un lavoro difficilissimo anche per me. Le idee sono difficili e sono veramente rare soprattutto, anche se lo fai professionalmente. Il mio compito è portarli vicino al trampolino. Poi magari scoprono che quella volta non si sono tuffati, o che magari non vogliono tuffarsi, o ancora il trampolino e i tuffi non li interessano. Non posso garantire il tuffo, anche perché è una scelta, non posso costringere gli altri ad avere idee, nemmeno volendo, mi piacerebbe molto, ma non è possibile. Però accompagnarli al tuffo è già un’esperienza, anche perché loro non sono qui per venire retribuiti come autori di un corto cinematografico, ma per fare l’esperienza di scriverlo. Non devono neanche scrivere il corto perfetto o un capolavoro, devono scrivere il corto che li consente di capire come funziona questa cosa. Tu devi fare la cosa, il risultato devi ottenerlo ed è fondamentale, allo stesso tempo, garantito il risultato, devi guardare un attimo che cosa il processo ti ha restituito, cioè capire se è bello, non è bello, non lo voglio fare mai più. Quindi non è detto che sia una bella esperienza, ma è importante che sia un’esperienza.

IN QUESTO CASO, COSA PENSA ABBIA LASCIATO QUESTA ESPERIENZA AI RAGAZZI?

Eh questo lo devono dire loro, non lo posso dire io, non lo so. Spero un’esperienza, non per forza positiva, ma un’esperienza. Cioè le esperienze per me se sono fatte sono sempre positive, anche quando sono andate male.

E A LEI COS’HA LASCIATO?

A me? Mi ha dato il permesso di lavorare lontano dai miei gusti e lontano da come io penso che le cose debbano essere fatte. Io sono molto esigente con me stesso, quindi per me tutto deve raggiungere un certo tipo di standard. Invece ci sono dei contesti in cui puoi permetterti di non attenzionare questa cosa e vedere dove quello che hai in mano ti porta. È anche rilassante per certi versi, non dover sempre controllare tutto.

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