di Ilenia Ciofalo
C’è un’idea confortevole di giustizia che ci insegnano a scuola: i buoni da una parte, i cattivi dall’altra e, nel mezzo, un processo giusto che ristabilisce la verità. Poi entri in un carcere in un mattino di quinta superiore, ti siedi a un convegno e quell’idea rassicurante va in frantumi. L’urto, per così dire, con la realtà è arrivato attraverso le parole schiette, quasi feroci nella loro lucidità, di Mario Rossetti. Il suo libro non è un esercizio di stile: è uno schiaffo. Rossetti, top manager, è stato travolto da un’accusa di maxifrode dalla quale è stato completamente assolto. Ma, per arrivare a quell’assoluzione, ci sono voluti otto anni di vita strappata, quattro mesi di cella e ben 147 udienze.
Nel libro c’è la verità nuda di come un processo “dovrebbe” andare e di come, invece, vada spesso nella realtà: un vortice fatto di fango, distorsioni e imbrogli, dove l’imputato è già colpevole prima ancora di parlare. Mentre Rossetti parlava, in sala regnava un profondo silenzio. Attorno a noi c’erano detenuti e detenute e, in quel momento, è successa la cosa più assurda e potente di tutta la giornata: le etichette sono sparite.
Non c’eravamo noi, i ragazzi “buoni” della scuola, e loro, i “cattivi” che espiavano una colpa. Per quanto possa sembrare difficile da credere da fuori, in quell’aula ci siamo sentiti “alla pari”. Non c’erano barriere, né sguardi dall’alto in basso. Eravamo tutti esseri umani, fragili allo stesso modo di fronte alla vita e agli errori. I detenuti hanno dialogato con Rossetti e con noi con una sincerità disarmante, senza filtri.
Per noi che frequentiamo l’ultimo anno, questo incontro ha scavato ancora più a fondo. Siamo a un passo dalla maturità, proiettati verso il futuro, chiamati a decidere chi vogliamo diventare e quale sarà il nostro domani. C’è chi, tra noi, farà l’avvocato, chi l’imprenditore, chi entrerà nelle istituzioni o nelle aziende. Questa esperienza ci ha ricordato che, qualunque sia la strada che sceglieremo, le nostre decisioni professionali avranno un peso reale sulla vita degli altri. Ci ha insegnato che il successo o il potere non valgono nulla se si perde l’onestà e che, dietro ogni faldone o procedura, ci sono sempre delle persone.
Uscendo dal carcere, mentre il cancello metallico scorreva alle nostre spalle, non abbiamo provato sollievo per essere tornati “fuori”. Ci siamo portati dietro una strana forma di rabbia, ma anche una profonda gratitudine. Abbiamo capito che la legge può sbagliare e che gli uomini possono imbrogliare; ma abbiamo anche capito che tipo di adulti vogliamo diventare. Finché saremo capaci di guardare il mondo a quel livello, senza pietismo, senza giudizio, ma da pari a pari, ci sarà ancora una speranza di restare umani. Fuori e dentro le sbarre.
