di Christian Colautti e Nicolò Donato

Negli ultimi mesi il sistema scolastico italiano è tornato al centro del dibattito con la nuova riforma degli istituti tecnici, introdotta dal governo guidato da Giorgia Meloni attraverso il decreto ministeriale 29/2026. L’obiettivo dichiarato è quello di rendere questi percorsi più moderni, più flessibili e maggiormente collegati alle esigenze del mondo del lavoro, riducendo il divario tra formazione scolastica e competenze richieste dalle aziende.

La riforma interviene in modo significativo sull’organizzazione dei percorsi di studio, prevedendo una revisione dei quadri orari, una maggiore attenzione alle competenze tecnico-scientifiche e digitali e una più stretta collaborazione con il tessuto produttivo del territorio. Tra le novità emerge anche una maggiore autonomia per le scuole, che potranno adattare parte dell’offerta formativa in base alle esigenze locali, e un rafforzamento del ruolo di quello che un tempo si chiamava PCTO come strumento di collegamento tra scuola e lavoro.

Tuttavia, accanto agli obiettivi dichiarati, si sta sviluppando in tutta Italia un acceso dibattito critico. Numerosi collegi docenti e gruppi di insegnanti hanno espresso forti perplessità sulla riforma, contestandone sia i contenuti sia le modalità di attuazione. In particolare, viene criticata la riduzione e l’accorpamento di alcune discipline, ritenuti fattori che rischiano di impoverire la qualità della formazione, sia nell’area generale sia in quella di indirizzo.

Un altro punto controverso riguarda la riorganizzazione del biennio, che anticipa le discipline di specializzazione. Secondo molti docenti, questa scelta potrebbe limitare la possibilità per gli studenti di cambiare indirizzo e rendere più rigido il percorso scolastico fin dai primi anni. Allo stesso tempo, l’introduzione di una maggiore flessibilità legata alle esigenze del territorio viene vista da alcuni come un rischio di subordinazione della scuola agli interessi delle imprese, con possibili effetti anche sul valore del titolo di studio.

Le critiche non si fermano ai contenuti, ma riguardano anche le tempistiche e il metodo. La riforma è stata infatti approvata senza un ampio confronto con il mondo della scuola ed è destinata a entrare in vigore già dall’anno scolastico 2026-2027, nonostante le iscrizioni fossero già concluse. Questa rapidità, secondo molti docenti, non consente alle scuole di organizzarsi adeguatamente né agli studenti e alle famiglie di compiere scelte realmente consapevoli.

Tra le preoccupazioni più rilevanti vi sono anche le possibili ricadute sul personale scolastico, con il rischio di riduzione delle cattedre e perdita di posti di lavoro, oltre a un generale indebolimento della funzione formativa dell’istruzione tecnica, sempre più orientata verso esigenze produttive immediate.

La nuova riforma degli istituti tecnici si configura dunque come un intervento ambizioso ma controverso, che ha riaperto un confronto acceso sul ruolo della scuola nella società contemporanea: formazione completa della persona o preparazione diretta al lavoro? Il successo di questo cambiamento dipenderà non solo dalla sua applicazione concreta, ma anche dalla capacità delle istituzioni di ascoltare le istanze provenienti dal mondo della scuola.

A seguito dell’articolo, abbiamo pensato di intervistare Giovanni Fiorentino, Segretario Generale della SAB (Sindacato Autonomo di Base).

QUAL È LA SUA OPINIONE GENERALE SULLA NUOVA RIFORMA DEGLI ISTITUTI TECNICI?

La riforma presenta luci e ombre. Da un lato introduce elementi positivi, come il rafforzamento della didattica laboratoriale e una maggiore connessione con il mondo del lavoro; dall’altro appare affrettata e poco equilibrata sul piano pedagogico. In particolare, la compressione del percorso di studi rischia di ridurre lo spazio dedicato alla formazione culturale generale.

SECONDO LEI QUESTA RIFORMA MIGLIORA LA PREPARAZIONE DEGLI STUDENTI O RISCHIA DI IMPOVERIRLA?

Dipende dal punto di vista. Sul versante dell’occupabilità può migliorare la preparazione, perché aumenta le competenze pratiche e professionalizzanti. Tuttavia, sul piano culturale e critico c’è un rischio concreto di impoverimento, soprattutto se gli apprendimenti teorici vengono sacrificati troppo presto.

L’ANTICIPO DELLE MATERIE DI INDIRIZZO NEI PRIMI ANNI È UNA SCELTA UTILE O COSTRINGE GLI STUDENTI A DECIDERE TROPPO PRESTO?

È una scelta che presenta criticità. Anticipare le materie di indirizzo può rendere il percorso più coerente, ma costringe studenti molto giovani a compiere scelte precoci, senza aver maturato una base culturale e orientativa sufficientemente solida.

LA RIDUZIONE O L’ACCORPAMENTO DI ALCUNE DISCIPLINE PUÒ INFLUIRE SULLA QUALITÀ DELLA FORMAZIONE?

Sì, può incidere negativamente. Ridurre o accorpare discipline significa spesso comprimere contenuti e metodologie, con il rischio di indebolire la preparazione complessiva degli studenti e la loro capacità di lettura critica della realtà.

RENDERE LA SCUOLA PIÙ LEGATA ALLE ESIGENZE DELLE AZIENDE È UN VANTAGGIO O UN RISCHIO?

È entrambe le cose. È un vantaggio se si traduce in maggiori opportunità occupazionali e in una didattica più concreta. Diventa un rischio se la scuola perde la sua funzione educativa più ampia e si riduce a rispondere esclusivamente alle esigenze produttive, trascurando la formazione della persona e del cittadino.

PENSA CHE QUESTA RIFORMA SIA APPLICABILE CONCRETAMENTE NELLE SCUOLE CON LE RISORSE ATTUALI?

Ci sono forti dubbi. Senza investimenti strutturali adeguati, soprattutto in laboratori, formazione del personale e organici stabili, il rischio è che la riforma resti sulla carta o venga applicata in modo disomogeneo tra le scuole.

LE MODALITÀ E I TEMPI CON CUI È STATA INTRODOTTA LA RIFORMA SONO ADEGUATI OPPURE AVREBBERO RICHIESTO PIÙ CONFRONTO E ORGANIZZAZIONE?

Avrebbero richiesto più tempo e confronto. Anche alla luce del parere negativo del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione, era necessario un percorso più condiviso e una sperimentazione graduale. La spinta ad attuare rapidamente le misure legate al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha accelerato i tempi a scapito della qualità della progettazione.

SECONDO LEI C’È DIFFERENZA TRA CIÒ CHE PREVEDE LA RIFORMA E CIÒ CHE ACCADRÀ DAVVERO NELLE SCUOLE?

Sì, è molto probabile. Come spesso accade, esiste uno scarto tra norma e realtà. Le condizioni concrete delle scuole, le risorse disponibili e le diverse capacità organizzative influenzeranno fortemente l’attuazione, creando differenze territoriali.

QUESTA RIFORMA CAMBIERÀ DAVVERO QUALCOSA O RISCHIA DI RESTARE PIÙ TEORICA CHE PRATICA?

Qualcosa cambierà, soprattutto sul piano dell’organizzazione didattica e dei quadri orari. Tuttavia, senza un monitoraggio serio e correttivi in itinere, il rischio è che gli obiettivi più ambiziosi restino in parte teorici. Positiva, in chiave sindacale, è invece la tutela degli organici, con l’indicazione di salvaguardare i posti anche attraverso cattedre a 15 ore, che evita ricadute occupazionali immediate. 

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