di Massimiliano Porco

Gino Paoli non è semplicemente un cantautore, è l’architetto invisibile che ha disegnato le pareti dell’anima della musica italiana, trasformando la canzone da semplice intrattenimento a confessione esistenzialista. Nato a Monfalcone nel 1934 ma trapiantato quasi subito a Genova, Paoli incarna perfettamente lo spirito di quella città: umbratile, schivo, orgoglioso e perennemente affacciato su un orizzonte che sa di sale. È tra i vicoli di Genova che nasce la cosiddetta Scuola Genovese, un cenacolo di talenti che, tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, decide di stracciare i canovacci del passato. Insieme a Luigi Tenco, Fabrizio De André, Umberto Bindi e Bruno Lauzi, Paoli introduce un linguaggio nuovo, fatto di mezze voci e verità scomode. Mentre l’Italia del boom economico cantava di temi spensierati, lui scriveva Il cielo in una stanza, un capolavoro assoluto che, dietro l’apparente candore, nasceva dall’ispirazione di un bordello, nobilitando il desiderio fisico attraverso una poesia capace di abbattere le pareti di una stanza per aprirsi all’infinito. La sua cifra stilistica è sempre stata questa: una semplicità ingannevole, dove parole comuni pesano come macigni perché cariche di un’esperienza vissuta senza sconti. Brani come Sapore di sale, orchestrato dalla genialità di Ennio Morricone, sono diventati l’emblema dell’estate italiana, ma a un ascolto attento rivelano una sottile malinconia sulla ciclicità del tempo e sulla pigrizia dei sentimenti.

Proprio all’apice di questo successo travolgente, l’11 luglio 1963, la parabola di Paoli rischiò di spezzarsi tragicamente. Schiacciato da una profonda crisi esistenziale, da un senso di noia insostenibile e da una vita privata complicata dal legame scandaloso per l’epoca con una giovanissima Stefania Sandrelli, l’artista decise di cercare “cosa ci fosse dall’altra parte”. Non fu un gesto dettato dalla disperazione romantica, ma quasi un atto di estrema e cinica curiosità. Si sparò al petto con una pistola calibro 6,35, ma il destino scelse per lui un finale diverso: il proiettile colpì una costola, deviò e si fermò nel pericardio, a un soffio dall’aorta. I medici decisero di non estrarlo per non rischiare di ucciderlo sul tavolo operatorio, rendendolo per sempre l’uomo con “l’intruso” nel cuore, un frammento di piombo che porta in petto ancora oggi. Questo evento ha cementato la sua figura di artista “maledetto” e resiliente, influenzando la sua produzione successiva, fatta di un disincanto ancora più lucido.

La vita di Paoli è stata un susseguirsi di picchi altissimi e abissi profondi, segnata da amori tormentati come quello con Ornella Vanoni, per la quale scrisse Senza fine, un valzer ipnotico che descrive perfettamente la vertigine di un sentimento eterno. Nel corso dei decenni, non è mai rimasto fermo: è stato deputato, portando la sua schiettezza tra i banchi del Parlamento, e ha saputo reinventarsi come interprete jazz raffinatissimo, spogliando i suoi successi di ogni sovrastruttura per lasciarne nuda l’essenza melodica insieme a pianisti come Danilo Rea. Oggi, con la sua voce stropicciata dal fumo e l’ironia tagliente di chi non deve più dimostrare nulla a nessuno, Paoli resta l’ultimo dei grandi poeti del quotidiano, un uomo che ha saputo cantare la noia, l’abbandono e l’estasi con la stessa dignità, insegnandoci che la bellezza si nasconde spesso nelle cose perdute e che un soffitto può davvero diventare un cielo viola se lo si guarda con gli occhi giusti. È questa la sua eredità più grande: aver dato una dignità letteraria ai battiti del cuore, rendendo universale il sussurro di un uomo che, in fondo, ha solo cercato di dare un senso al disordine della vita attraverso la musica.

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