La vicenda umana e artistica di Dino Campana è assolutamente singolare e irripetibile, per tale motivo la critica letteraria ha sempre avuto difficoltà nel trovargli un’adeguata collocazione.

Il poeta è nato a Marradi, in provincia di Firenze nel 1885 ed è morto nel manicomio di Castelpulci, presso Scandicci nel 1932.

Sin da giovane ha manifestato una sorta di “male oscuro” caratterizzato da frequenti crisi nervose e difficili rapporti con la famiglia che lo hanno spinto ad una vita errabonda, segnata da profonda inquietudine, straordinaria sensibilità e incapacità di adattarsi ad una vita “normale”. Ha viaggiato in Italia, Europa, Sudamerica, e vari di questi viaggi sono gli echi nella sua opera. Più volte internato in manicomio, e talvolta in carcere, per ragioni chiare solo alla psichiatria dell’epoca: la prima volta è bastata la dichiarazione di un paio di parenti che testimoniarono una vaga stranezza del ragazzo. Falliti gli studi universitari in Chimica (“avevo scelto Chimica su consiglio di un parente”) prima a Bologna poi a Firenze, perché in conflitto con una vocazione letteraria che diventava sempre più prepotente e urgente, pubblica alcune poesie prima su alcune riviste goliardiche bolognesi poi su “La voce” e “Lacerba” importanti riviste fiorentine di avanguardia del primo Novecento; partecipa al dibattito culturale del tempo, ma sempre come un fuoricasta. La situazione peggiora quando consegna un manoscritto, contenente il suo lavoro poetico, a Papini e Soffici, importanti letterati del tempo, che dirigevano la rivista Lacerba, per averne un parere riguardo ad un’eventuale pubblicazione. Ingenuamente consegna loro l’unica copia del manoscritto avente per titolo “Il più lungo giorno” che i due perdono (verrà ritrovato solo nel 1971), ciò ovviamente acuisce le sue crisi nervose, devastandolo psicologicamente. Pur in queste condizioni riprende il suo lavoro ricostruendo i versi a memoria o recuperando vecchi appunti e finalmente nel 1914 vedono la luce i “Canti orfici” pubblicati a spese dell’autore dal compaesano editore Ravagli, in sole mille copie, metà delle quali lasciate in pegno di pagamento all’editore stesso. In realtà i Canti mostrano una rielaborazione, rispetto alla copia perduta, che ne fa complessivamente un lavoro migliore.

Nel richiamo al mito di Orfeo, il primo dei cantori-poeti, soprattutto alla luce di alcune moderne teorie sul linguaggio poetico si possono cogliere importanti novità della poesia di Campana. Grazie al suo canto Orfeo poté trasgredire le leggi della natura per recarsi nel regno della morte, negli inferi. La discesa agli inferi, quale morte anticipata, comporta una destrutturalizzazione dell’io e un’uscita dal tempo storico, così come l’abolizione delle categorie di spazio e tempo che la ragione ci impone. Per aderire ad un tempo cosmico il poeta deve accettare, dunque, di perdere la propria identità così come ogni pretesa di un possesso del linguaggio sul reale che della sua storicità è connotazione. La parola “comune” arretra allora a cifra dell’ignoto, diventa parola “mitica” che nel tentativo di parlare un linguaggio “altro” apre all’atto poetico infinite possibilità. Orfeo s’addentra nel mondo dell’oblio per recuperare l’oggetto perduto del suo desiderio: quell’Euridice che è, sostiene M. Blanchot, ”l’estremo che l’arte possa raggiungere … il punto profondamente oscuro verso cui l’arte, il desiderio e la notte sembrano tendere”. È evidente che questo punto bisogna poi riportarlo nel giorno e dargli nel giorno forma, figura e realtà. Così orfico diventa quello spazio letterario che nel costituirsi una propria autonomia, attraverso l’unione di mito e poesia, ritenta una motivazione del linguaggio che consenta di gettare un ponte tra l’umano e il divino; esperienza artistica che diventa gesto eretico, di rivolta e che spesso conduce ai limiti della follia e dello sradicamento.

I Canti di Campana sono un prosimetro, vale a dire un misto di prosa e poesia, in cui si delinea un visionario percorso di illuminazione caratterizzato dalla sospensione del tempo e della storia che parte da “La notte”, prosa lirica che ricorda il poème en prose del simbolismo francese, e giunge fino a “Genova”, piccolo poema, che riconduce alla luce del giorno. Molto ci sarebbe da dire sulle novità semantiche, stilistiche e musicali, sull’uso dei colori in questa opera, quali si è molto esercitata la critica più recente. Ma questi sono aspetti che mi auguro possano scoprire degli incuriositi lettori accostandosi ad uno dei libri più interessanti della letteratura italiana del Novecento.

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