di Paola Aprile
Succede a volte che insegni al Tecnico e un collega ti proponga di vedere e commentare un film di Truffaut di cui tu hai sentito solo vagamente parlare in un tempo lontano.
Succede poi che fai le ore piccole su quello che credevi un noiosissimo film in bianco e nero del 1959 e ti sorprendi a riflettere sul male necessario dell’adolescenza.
Antoine, il protagonista del film, il bravissimo Jean -Pierre Léaud, vive in una famiglia che oggi chiameremmo “disfunzionale”, madre anaffettiva ed egocentrica e padre, o meglio patrigno, che si trova per caso a recitare un ruolo che non gli si addice.
Il ragazzino dodicenne per fortuna ha un amico, Renè, che lo salva da tanto marciume. Con lui condivide le mattine rubate alla scuola, passate non a bighellonare, attenzione, ma a vedere film al cinema e a sognare un mondo diverso, un mondo in cui, forse, qualcuno ti capisce davvero e riesci a comunicare senza essere frainteso. Sì, perché il mondo degli adulti che circonda Antoine è un mondo di ciechi e falsi. A partire dalla scuola. Il maestro mette in punizione l’allievo perché sorpreso a scrivere versi sulla parete. E poi dà “zero”, per presunto plagio, ad un tema in cui il ragazzino insolente ha osato riportare a memoria addirittura un brano di Balzac, per il quale ha una passione talmente smodata da accendergli candele votive…
L’ipocrisia degli adulti e le loro costanti menzogne, volte a mascherare il vuoto interiore che li contraddistingue, fanno naturalmente di Antoine un bugiardo, un ribelle e addirittura un delinquente (secondo la mentalità dell’epoca), intento a rubare un’improbabile macchina da scrivere poimalauguratamente riportata al suo legittimo proprietario. L’esperienza del riformatorio segna ulteriormente e inevitabilmente un animo già ferito e profondamente deluso dalla vita, quella vita che per tutta la durata del film è, invece, un costante richiamo di gioia attraverso le magnifiche immagini delle strade di Parigi e la dolce colonna sonora di Jean Constantin.
E’ proprio vero ciò che diceva Hemingway: “Per diventare uno scrittore serve un’infanzia sventurata”. Questo deve essere vero anche per un regista, visto che il film ricalca abbastanza da vicino l’infanzia di Francois Truffaut e del suo amico. La sofferenza è sicuramente motrice del talento.
C’è qualcosa di eternamente attuale in questo film: il dolore dell’adolescenza e la sua sfrontatezza nei confronti del mondo. Qualcuno ritiene che la pellicola sia un chiaro rimprovero agli adulti di colpevolizzare sempre gli adolescenti. Io credo che ci sia molto di più. C’è sicuramente la critica ad un certo stile educativo che tarpa le ali ai giovani, cosa su cui dovremmo tutti riflettere ancora oggi. Ma soprattutto c’è l’invito a inseguire una sana ribellione personale. Se non ti adegui alle cose, allora puoi cambiarle. Antoine esprime tutto il suo dissenso di fronte alla schizofrenia degli adulti eal vuoto che lo circonda. Lo fa attraverso il suo sguardo dolce e intelligente, attraverso la sua fame di senso e di libertà. Nell’ultima struggente e indimenticabile scena vedo non solo un anelito di libertà, ma anche un gesto di ribellione profonda e di rinascita. Antoine osa il dissenso e si riappropria di sé stesso.
