di Chiara Lo Polito.

La scuola intesa come struttura è il posto in cui si cresce, si sbaglia, si impara, ma intesa come comunità è quel luogo protetto che dovrebbe aiutare noi giovani a costruire il nostro futuro. È per questo che l’omicidio avvenuto venerdì 16 gennaio nell’istituto Einaudi-Chiodo di La Spezia colpisce così profondamente: non è solo una tragedia, è una frattura simbolica. Se nemmeno la scuola è più sicura, allora dove lo siamo davvero?

Sono anch’io una studentessa, frequentante l’ultimo anno, e sapere che un mio coetaneo può perdere la vita proprio tra quei corridoi che di solito vedono nascere amicizie e rapporti profondi è qualcosa che lascia senza parole.

Non voglio soffermarmi sulle motivazioni dell’assassino. Non mi interessa analizzare il “perché” di un gesto così estremo. Bensì mi interessa il “come”: com’è possibile che si sia arrivati fino a questo punto?

Una compagna della vittima, Diletta, ha raccontato che in molti sapevano delle minacce che Abanoub Youssef riceveva e che quel ragazzo, Zouhair Atif, girava armato. Se questo è vero, la domanda diventa inevitabile: com’è possibile che nessuno sia intervenuto? Perché, come sempre, si aspetta che accada il peggio prima di agire?

Si poteva evitare. Chiaramente si poteva evitare.

Ogni volta che accade una tragedia simile, il dibattito si accende sulle soluzioni immediate: metal detector agli ingressi, controlli più severi, maggiore sorveglianza. Ma è davvero questa la risposta? Trasformare le scuole in carceri servirà a farci sentire più sicuri?

Non credo, perché la sicurezza non può ridursi a un cancello e a un metal detector, soprattutto perché chi ha brutte intenzioni troverà sempre il modo di aggirare ogni tipo di regola o precauzione. La vera prevenzione parte molto prima.

In questi giorni sono comparsi commenti orripilanti che attribuiscono la colpa di tutto alla “diversa cultura”. Eppure il funerale del ragazzo si è svolto con doppio rito, copta e cattolico, un segno evidente che culture e religioni diverse possono convivere tranquillamente. Il problema non è l’origine di una persona, nessuno nasce cattivo.

Il problema sta alla base.

Sta nelle influenze a cui noi giovani siamo esposti ogni giorno: violenza normalizzata, modelli sbagliati, solitudine, mancanza di ascolto. C’è chi riesce da solo a distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, e chi invece cade in queste tentazioni convinto di non fare nulla di grave.

Ed è qui che entra in gioco l’educazione.

Un’educazione che non può essere affidata solo alla scuola, ma che deve partire dalle famiglie e essere sostenuta da figure competenti come psicologi ed educatori. Persone che affianchino studenti e docenti durante le ore scolastiche, le uniche in cui si ha la certezza di raggiungere davvero gli adolescenti.

Investire in ascolto, dialogo e supporto psicologico non è un lusso: è una necessità. Serve per il bene del singolo, ma soprattutto per quello della collettività.

Perché la scuola deve tornare a essere ciò che dovrebbe sempre essere: un luogo sicuro, dove si costruiscono sogni, non dove si perdono vite.

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