Capita, in alcune segnate circostanze, di seguire la strada di Alice: giù, in fondo a qualcosa che pareva un pensiero, senza esserlo. Del resto chi può dirsi così ragionevole da non aver mai sbirciato dentro un pozzo con la segreta speranza di scorgere una forma consueta. Con gli occhi in basso, come in un tunnel da cui è difficile uscire, la luce viene meno di colpo. Il nero impone il suo tempo senza chiedere permesso al Bianconiglio.

Ad immaginare la risalita servono almeno due fiati.

Era il 19 dicembre 1915, quando Kazimir Severinovič Malevič, all’età di 37 anni, in un palazzo signorile di Pietrogrado, collocava, per una mostra, nell’angolo alto della stanza, là dove nelle case russe stava l’icona, il suo Quadrangolo, oggi meglio conosciuto come Quadrato Nero.

Non si trattava di una provocazione gratuita, era una dichiarazione simbolica, una sfida a Leonardo e Vasari, che nel nero avevano riconosciuto un nemico dell’arte: un’icona del negativo. Per quello che è dato capire, il quadrangolo di Malevič non racconta, non spiega, non seduce. Interrompe. Come in una soglia, chi scrive non intende lusingare, sedurre, non intende promettere alcunché.

Prima di ogni immagine, prima di ogni forma c’è il vuoto, lo stesso in cui questo giornale era finito. Forse, però, questo tempo sospeso, questo colore mancante di senso costringe a fare i conti con se stessi.

Non offre un contenuto, ma una condizione: per vedere, bisogna accettare di non esistere.

Questa logica della sottrazione attraversa tutta l’arte moderna: dal cubismo all’astrattismo, dall’arte concettuale al minimalismo fino al bianco su bianco di Malevič, ai monocromi di Ad Reinhardt, agli Achromes di Piero Manzoni: opere che sembrano dire sempre la stessa cosa, con sempre meno gesti. L’arte radicale smette di accumulare e comincia a togliere: come racconta Michelangelo di certi marmi.

Anche l’educazione, se la si guarda senza troppa retorica, funziona così.

Contro l’idea ingenua dei vasi da riempire, in molti hanno immaginato la formazione come sottrazione. Già il Socrate del filosofo delle idee non insegnava nulla: toglieva certezze. La maieutica non aggiungeva sapere, si accontentava di scavare. Ivan Illich parlerà di descolarizzare la mente, Maria Montessori di liberare il bambino dagli ostacoli che l’adulto frappone al suo sviluppo. Persino Freud concepisce il suo lavoro di analista come rimozione di resistenze.

Allora, il buco nero della scuola dell’obbligo, il luogo della privazione del tempo, della libertà, dell’immediatezza può diventare un’occasione per l’Alice di turno, impegnata fra compiti, pagelle, esami, regolamenti regi. E mentre l’entusiasmo, la curiosità sembra spegnersi, certificata dal certo fallimento del sistema, il nero diventa il simbolo più onesto.

Si cresce fra una rinuncia e l’altra, fra l’assenza e la sottrazione diventando muti, restituendo alla superficie dell’istruzione la salma di ciò che eravamo.

Alla fine, senza i colori del paese della meraviglie, senza l’assillo dei maestri, senza più alcuna necessità della luce, passando per uno zero, per una sospensione, una perdita, un’assenza, qualcosa può davvero cominciare.

Nuovamente.

Di admin

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