di Gabriele Le Voci
Per questo numero abbiamo intervistato un ex alunno dell’ITC Pitagora, Sebastian Ierardi diplomatosi nell’a.s. 2023-2024 e attualmente al secondo anno di Comunicazione e media contemporanei per le industrie creative all’Università di Parma.
QUALE INDIRIZZO HAI FREQUENTATO E IN CHE ANNI HAI VISSUTO LA TUA ESPERIENZA NELLA NOSTRA SCUOLA?
Ho frequentato l’indirizzo SIA (Sistemi Informativi Aziendali), concludendo il mio percorso nel 2024. Cinque anni che, guardandoli adesso da fuori, hanno avuto un peso specifico molto maggiore di quanto riuscissi a percepire mentre li vivevo. Sono stati anni di scoperta, intensi, dove ho definito meglio i miei obiettivi e i miei interessi in vista del futuro.
QUALE MATERIA RISPECCHIAVA MAGGIORMENTE I TUOI INTERESSI? C’È UNA MATERIA CHE AVRESTI VOLUTO SOSTITUIRE E, SE SÌ, CON QUALE?
Le materie che hanno incrociato più fedelmente i miei interessi sono state economia politica, economia aziendale e informatica. Tre discipline che, pur con linguaggi diversi, mi raccontavano sempre la stessa cosa: come funziona il mondo, come le persone prendono decisioni, come i sistemi si organizzano e comunicano. Non sostituirei nulla in senso stretto, nel complesso l’offerta formativa ha una sua coerenza. Però, se potessi aggiungere qualcosa, avrei voluto qualche lezione di logica filosofica o di statistica. Non perché mancassero strumenti tecnici, ma perché credo che imparare a ragionare in modo rigoroso — a costruire un argomento, a riconoscere un’inferenza valida da una fallace, a leggere un dato senza farsi ingannare da esso — sia forse la competenza più trasversale che esista. È qualcosa che avrebbe legato ancora meglio tutto il resto.
NELLA TUA ESPERIENZA SCOLASTICA C’È STATO UN PROFESSORE DI CUI PORTI UN RICORDO SIGNIFICATIVO?
Ce n’è uno, delle scuole medie, che porto con me ogni giorno. È stato il primo a non trattarmi come un problema da gestire. In un’età in cui venivo visto principalmente come un ragazzino esuberante — quello che non stava fermo, che parlava troppo, che “disturbava” — lui ha visto qualcosa di diverso. Mi ha aperto una porta verso l’informatica, che sarebbe diventata uno dei miei interessi più profondi, ma soprattutto mi ha dato qualcosa di molto più raro: gli strumenti per credere in me stesso. Quello che non ho mai digerito, e non digerirò mai, è la tendenza di certi docenti a scaricare sui ragazzi la colpa del proprio fallimento nel catturarne l’attenzione. Lui non l’ha fatto. E quella differenza ha cambiato qualcosa. All’ITC ho poi incontrato nuove guide fondamentali. In un momento di vera confusione, uno di quei periodi in cui non sai bene chi sei né dove stai andando, un paio di professori mi hanno rimesso in carreggiata senza farlo pesare. Qualcosa è scattato, e ho ricominciato a dare tutto con una consapevolezza nuova, più matura. Di loro porto i ricordi delle esperienze vissute insieme, quelle che ti spingono, quasi senza accorgertene, a diventare una versione migliore di te.
CI SONO STATE ATTIVITÀ EXTRA DIDATTICHE ORGANIZZATE DALLA SCUOLA A CUI HAI PARTECIPATO CHE REPUTI IMPORTANTI PER LA TUA CRESCITA PERSONALE?
Due esperienze su tutte hanno lasciato un segno reale. La prima è stata la partecipazione al primo concorso nazionale di imprenditorialità promosso da Junior Achievement Italia e dall’Università Bocconi di Milano. Lavorare a un progetto con quella posta in gioco, confrontarsi con ragazzi da tutta Italia, difendere un’idea davanti a una giuria, capire cosa significa trasformare un’intuizione in qualcosa di concreto e credibile, è stato un banco di prova che nessuna interrogazione avrebbe potuto replicare. Ho imparato più sul lavoro di squadra, sulla comunicazione e sulla pressione in quelle settimane che in molti mesi di lezione. La seconda è stata la partecipazione alla 60ª Borsa Internazionale del Turismo di Rimini nel 2023, nell’ambito del PCTO. Uscire dall’aula e ritrovarsi in un contesto professionale reale, osservare come funziona un settore dall’interno, parlare con persone che quel mondo lo vivono ogni giorno: è il tipo di esperienza che ridimensiona certe certezze e ne apre di nuove. Capire come teoria e pratica si parlino, e quanto spesso si fraintendano, è stata una lezione preziosa.
DOPO IL DIPLOMA COSA HAI DECISO DI FARE?
Dopo il diploma: buio totale. La domanda “e adesso?” si è palesata con tutta la sua brutalità. Sapevo con certezza solo una cosa: volevo continuare a studiare. Ma il mio percorso intellettuale è sempre stato irregolare, fatto di interessi che saltavano senza preavviso dall’umanistico allo scientifico, dall’economico all’informatico, senza un filo conduttore apparente. Credevo di dover scegliere a tutti i costi, di dover rinunciare a qualcosa per inseguire qualcos’altro. Poi ho scoperto una facoltà che, ancora oggi, quasi nessuno intorno a me riesce a spiegarsi. Si chiama “Comunicazione e media contemporanei per le industrie creative”, presso l’Università di Parma. E quando l’ho trovata, ho avuto la sensazione — rara, e un po’ vertiginosa — di essere al posto giusto. Gli esami che mi hanno colpito di più finora sono stati Storia dell’arte contemporanea e Fotografia. Sto preparando Filosofia del linguaggio con un entusiasmo che non provavo da tempo. Nel mezzo ho finalizzato Economia e management delle industrie creative e Informatica umanistica. Tutto si tiene, ed è esattamente quello che cercavo. Oggi partecipo a diversi progetti, sono in contatto con persone interessanti, mi muovo. Sono soddisfatto. Ma solo per poco ancora.
RITIENI CHE LA TUA ESPERIENZA SCOLASTICA SIA STATA POSITIVA E, CON LE TUE ATTUALI CONOSCENZE, RIFARESTI LA STESSA SCELTA?
Sì, nel complesso è stata positiva. L’offerta formativa dell’istituto era solida, più di quanto forse si percepisca dall’interno quando la si vive. Non amo ragionare sull’istruzione in termini di “spendibilità sul mercato”, perché credo che riduca qualcosa di più grande a una transazione. Però, anche sotto quel profilo, il percorso mi ha dato basi concrete che ho potuto mettere a frutto fin da subito, distinguendomi rispetto a chi aveva avuto percorsi diversi. Rifarei la stessa scelta, sì. Ma con il senno di poi darei il duecento per cento e avrei spremuto ogni singola opportunità senza lasciarne una.
COME CONSIDERI L’AMBIENTE CHE HAI LASCIATO, MAGARI ANCHE IN RAPPORTO ALLA TUA ATTUALE SITUAZIONE?
L’università è un mondo nuovo, e lo dico senza romanticismi: burocrazia, competizione, confronto quotidiano — spesso stimolante, a volte logorante. C’è una cosa che mi sono portato dietro come una spina, e che credo riguardi il sistema scolastico più in generale: la tendenza a sottovalutare gli studenti. Vedere idee e pensieri cestinati per presupponenza, sentirsi dire — nei fatti, se non a parole — che la tua prospettiva non conta perché sei “solo uno studente”, è qualcosa che non ho mai accettato facilmente. Mi sono legato al dito ogni confronto spento sul nascere da chi si sentiva intoccabile per posizione. Erano pochi, fortunatamente. Ma bastano. D’altra parte, con molti professori il rapporto è stato ineguagliabile. Con alcuni siamo rimasti in contatto dopo il diploma, e sapere che continuano a fare il loro lavoro con passione e dedizione mi fa genuinamente piacere. Dell’ITC mi rimane la sensazione di un ambiente in cui si respirava aria buona: collaborativa, umana. Alcuni amici sono rimasti vicini, altri si sono persi di vista, come succede. Ma di quegli anni ho un ricordo caldo.
C’È QUALCOSA CHE VORRESTI DIRE A CHI È ARRIVATO DA POCO NEL NOSTRO ISTITUTO?
Vorrei dire a chi oggi siede a quei banchi che quello è un trampolino, non verso un voto, non verso un diploma, ma verso se stessi. Dedizione non significa farsi prosciugare, né portare il peso dell’etichetta del “secchione”. Significa avere la lucidità e la fame di razziare ogni competenza possibile, di saziare la propria curiosità fino in fondo, al punto da diventare così liberi da fare paura. Se sei arrivato da poco — ed è strano che tu stia leggendo proprio queste righe — permettiti per un momento di sentirti protagonista. Non della vita degli altri: della tua.
